BERSAGLIERI PARMA
  STORIA DELL'ARMAMENTO
 

Origini dell'armamento ed equipaggiamento dei Bersaglieri

Quando Alessandro LA MARMORA ideò per l’esercito piemontese il Corpo dei "Bersaglieri", che doveva poi diventare popolarissimo in tutto il mondo ed essere considerato come l’espressione tipica del soldato italiano, esistevano in altri eserciti europei specialità analoghe; ma a dire dello stesso LA MARMORA, queste truppe "essendo frammischiate colla fanteria leggiera per sostenersi reciprocamente", in realtà si danneggiavano vicendevolmente "avendo modo di combattere affatto opposto". 
La specialità da lui proposta, invece, doveva essere in grado di operare con spiccata autonomia e, quindi, doveva comprendere uomini particolarmente addestrati al tiro e pronti ad agire, pressoché isolati, per aprire il fuoco a adeguata portata e concentrarlo su un punto dello schieramento nemico col preciso intento di "sorprendere, disturbare e sconvolgere i piani nemici" (fig. n.1 e n. 2).

Fig. 1  Fig. 2
 
Definiti così i compiti tattici di questo nuovo corpo di fanteria, il LA MARMORA si dedicò a studiare gli altri dettagli (scelta degli uomini, ordinamento, addestramento ....) e particolare attenzione pose alla realizzazione di un equipaggiamento ed armamento adeguati e funzionali.
L’arma con cui intendeva equipaggiare il suo Bersagliere doveva evitare quegli inconvenienti che aveva riscontrato nella carabina scanalata impiegata, allora, dalle fanterie leggere. Questa, infatti, oltre alla scarsa celerità di tiro, dovuta alla lentezza del caricamento, era dotata di una baionetta troppo corta e ciò avrebbe potuto rendere il soldato restio ad affrontare il combattimento ravvicinato all’arma bianca.

I Bersaglieri, quindi, furono armati inizialmente (1836-39) con un fucile, ideato dallo stesso LA MARMORA con l’aiuto del fratello Alfonso, che poteva sparare sino a sette colpi in due minuti e consentiva di sparare cento colpi prima che si rendesse necessario cambiare la canna. L’arma era dotata, inoltre, di una lunga baionetta ripiegabile che, conficcata sul terreno, poteva anche servire come appoggio per incrementare la precisione del tiro e l’efficacia del fuoco.
Quest’arma fu poi sostituita tre anni dopo (1839), a titolo sperimentale, con la carabina "LA MARMORA", rigata, ad elica, a percussione (sistema Dalvigne) e munita di calcio di ferro concavo, a due becchi, che si adattava alla spalla nelle operazioni di tiro; il becco anteriore, più lungo, detto sperone, serviva, conficcandolo sul terreno, ad agevolare l’arrampicata sui pendii scoscesi. La carabina era provvista di cinghia per il trasporto ed era dotata di una sciabola - baionetta, inastabile, che era portata (al fianco) ad un cinturino nero guarnito di fermaglio con piastra di metallo giallo dorato. 
L’arma (fig. n. 3), denominata mod. 1844 poiché solo in tale anno, sia pur con lievi modifiche tecniche, ne fu ufficializzata l’introduzione in servizio, aveva le seguenti caratteristiche:

  • era dotata di canna rigata (8 righe) del calibro di mm 16,9;
  • consentiva il puntamento di precisione sino a 800 passi (650 m) mediante un alzo a cursore con tacche graduate per ogni 100 passi di tiro;
  • disponeva di un meccanismo di sparo che consentiva di far avanzare, ogni qualvolta si armava il cane, una "bandella" metallica contenente in successione vari inneschi di fulminato, In tal modo l’arma rimaneva sempre innescata per una serie di 37 colpi;
  • aveva una lunghezza pari a m 1,112;
  • pesava kg 4,2 senza la sciabola-baionetta. Quest’ultima, a lama piatta e a due tagli, era lunga m 0,47;
  • era munita di calciolo di ferro con due becchi di cui il più lungo (lo sperone) sporgeva di circa 7 cm.


fig. 3
Carabina mod. 1844 con sciabola-baionetta

 

I Sottufficiali ed i trombettieri erano armati con una versione più corta della stessa arma (lunghezza di m 0,95- peso kg 4).
Gli altri accessori erano costituiti da:

  • scatola metallica contenente spugna e olio;
  • borsa di pelle con forbici, spilletto, cava proiettile, giravite triangolari;
  • attrezzo (succhiello) da avvitare ai tronchi d’albero per potervi appoggiare il fucile nei tiri di precisione alle maggiori distanze. Quest’attrezzo era allocato all’interno del calcio dell’arma, fissato con una vite a rotella.
Origini dell'armamento ed equipaggiamento dei Bersaglieri (pag. 3)

Non essendo ancora in uso le cartucce, il bersagliere portava al seguito la polvere da sparo, contenuta in una fiaschetta di rame assicurata al collo mediante un cordone verde (tale cordone viene ancora oggi  indossato sull’uniforme da cerimonia).
Le pallottole, di forma sferica, erano custodite in una cassettina posta al lato destro dello zaino dove il bersagliere poteva accedere agevolmente. Egli, premendo con l’indice su una molla posta convenientemente nell’angolo dello zaino, corrispondente alla suddetta cassettina, da un apposito foro faceva cadere una pallottola nella mano (fig. n. 4).

Fig. 4

 

Nel 1849 si rese necessario rinnovare l’armamento dei Bersaglieri, poiché appariva inferiore a quello degli altri eserciti. Venne adottato il fucile a stelo Francotte (Liegi), con canna rigata (4 righe ad elica) del calibro 17,5 mm e provvisto di alzo mobile a cursore con gradazione fino a 900 passi (720 m). Con questo furono armate principalmente le unità destinate alla campagna di Crimea.
Nel 1856, al rientro della spedizione, fu adottata una nuova carabina a percussione (sistema Miniè), con canna rigata (4 righe a elica con passo di due metri) del calibro di mm 17,2. Nel 1868 furono apportate alla carabina significative trasformazioni ed in particolare fu introdotto il meccanismo a retrocarica (Carcano) con otturatore scorrevole, un congegno di sparo a spillo ed un alzo graduato sino a 750 metri. La cartuccia era composta di un contenitore di carta contenente una carica di polvere sulla quale veniva posta una pallottola ogivale. La cartuccia, così confezionata, veniva introdotta nella canna ed una volta chiuso l’otturatore, premendo il grilletto, si liberava la molla del percussore spillo che, dopo aver attraversato tutta la cartuccia, colpiva l’innesco detonante posto al fondo della pallottola. I residui della cartuccia venivano poi asportati, all’atto dell’apertura manuale dell’otturatore, da un estrattore metallico ad esso associato.
Dopo la conquista di Roma, in seguito allo scioglimento dell’esercito pontificio, ai Bersaglieri furono assegnati, in via provvisoria, fucili e carabine (di preda bellica) Remington a retrocarica, del calibro di 12,7 mm, con canna rigata (5 righe ad elica), muniti di alzo graduato sino a 1000 metri e dotati di cartuccia metallica (fig. n. 5). Infine, nel 1875 i reparti bersaglieri furono armati con il miglior fucile dell’epoca: lo svizzero Vetterlì (fig. n. 6).

fig. 5    Fucile e sciabola-baionetta, sistema Remington (1870)

 

fig. 6    Fucile e sciabola-baionetta, sistema Vetterlì (mod. 1870)

 

Quest’arma fu sostituita solo nel 1893 quando anche per i Bersaglieri fu adottato il fucile mod. ‘91 a ripetizione e a caricamento multiplo. I ciclisti furono inizialmente armati col moschetto ‘91 con baionetta triangolare ripiegabile, ma successivamente anch’essi ebbero il moschetto con baionetta amovibile.
Pochi, invece, sono stati i cambiamenti apportati all’elsa ed alla lama della sciabola degli Ufficiali. Di fatto, ancora oggi la sciabola degli Ufficiali dei Bersaglieri si caratterizza per l’elsa, introdotta nel 1850, e per la lama ricurva concessa nel 1856 al rientro dalla spedizione in Crimea, forse a ricordo delle scimitarre turche (fig. n. 7-8-9)


fig. 7 Sciabola Ufficiali mod. 1836

fig. 8 Sciabola Ufficiali mod. 1850

fig. 9 Ufficiale in alta uniforme
 
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